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A-ALMANACCO-aprile

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ALMANACCO-aprile

Aprile – abrìli, abrìbi. Il vocabolario della Treccani, lascia nell’incertezza l’origine della “voce” aprile. Noi suggeriamo il verbo latino aperio, nel suo significato più comune di aprire, portare alla luce del sole; apricus significa infatti soleggiato, esposto al sole. Se torniamo indietro, nella storia, allorquando essa si mescola con la mitologia, troviamo la figura di Febo – Apollo, il dio del sole. Nell’isola greca di Delfo ci sono ancora i resti del santuario di Apollo (Delfico), dove, tutti gli anni a primavera, venivano celebrate le feste in onore del dio: erano tra le feste più famose dell’antichità. Aprile dunque, il mese del sole!

Abrìbi, tòrrat su leppuri a cuìbi: aprile, torna la lepre al covile: ad evidenziare il ritorno di giornate freddissime, quasi invernali! (vedi  Dicius, lettera A). Ricordate la data dell’11 Novembre, soprannominata l’Estate di San Martino (San Martino di Tours) per il ritorno della calura estiva, nonostante l’autunno inoltrato? Noi, spudoratamente abbiamo chiamato il 13 aprile, l’Inverno di San Martino (San Martino papa e martire), per il ritorno delle giornate fredde, nonostante la primavera inoltrata!

“Sèu Abrìli, su mesi de is froris; //in pranu, in cùccuru, parrit ispàntu, //tottu si prènit de milla colòris// de luxi indoràda, de musica e càntu!” (Sono Aprile il mese dei fiori// nel piano, nel colle, quasi per incanto; // tutto si riempie di mille colori, // di luce dorata, di musica e canto//”!).

1° Aprile, è il giorno del pesce d’Aprile, per noi sardi, sa dì de contai is faulas ( il giorno delle bugie). Per i nostri governanti, strano ma vero, è sempre primo Aprile! A proposito, imoi sindi contu una deu  =  (adesso vene racconto una io), ma no est propiu una faula! (ma non è proprio una bugia): - “Nci fiat una borta, no tempus meda fait, un homini ki teniat unu fillu abillu, ballenti e atrivìu. No isciat perou de-y cussu piccioccu ita ndi fai; po nai, a calli istudius dhu mandai!. Insaras po ndi biri sa prova dhu iat lassàu a solu in unu apposèntu, cun su liburu de sa Costitutzioni, unu paninu cun presùttu e una bella tassa de binu, u’assegnu de 10 mila eurus. Issu boliat isciri calli, de is tres cosas su fillu essat sceberàu.

Si essat sceberàu sa Costitutzioni, dhu iadessi mandau a studius  de leis e de derectu; si essat sceberàu su pani e su binu, dhu iadessi mandau a studius de agricultura e de bestiamini; si essat sceberàu s’assegnu dhu iadessi mandau a studius de contus e de cummerciu.

Appustis unu quartu de hora, cuss’homini, prenu de curiosidadi si fiat incarau in su stampu dessa crai dess’enna dess’apposentu, po biri calli de is tres cosas su fillu essat sceberau e dhu iat appubàu: sbragàu in sa cadira, cun is peis asuba de su liburu dessa Costitutzioni, si iat intascau in pressi s’assegnu, si iat pappau tottu su paninu e fiat sullettendusì cun gosu e praxèri sa tassa dessu binu e scraffendusì su bìddiu prexàu che unu passirillànti in berànu! Cuss’homini iat cumprendiu tottu de-y cussu piccioccu e iat insaras detzidiu de ndi fai un homini politicu!!!  

Traduzione in italiano. “C’era una volta, non molto tempo fa, un uomo che aveva un figlio vivace, gagliardo ed astuto. Non sapeva però che fare di quel giovanotto; per dire: a quali studi mandarlo! Pertanto, per fare la prova, lo lasciò solo in una stanza, col libro della Costituzione, un panino con prosciutto e un bel bicchiere di vino, un assegno di Euro diecimila.  Voleva sapere quale, tra le tre cose, il figlio avrebbe scelto. Se avesse scelto la Costituzione, l’avrebbe mandato a studi di leggi e di diritto; se avesse scelto il pane ed il vino, l’avrebbe mandato a studi di agricoltura ed allevamento; se avesse scelto l’assegno l’avrebbe mandato a studi di economia e commercio. Dopo un quarto d’ora, quel uomo, non potendo più resistere alla curiosità di sapere, sbirciò dal buco della chiave della porta della stanza, per vedere che cosa il figlio avesse scelto. Lo intravide: sbracato sulla sedia, con i piedi sopra il libro della Costituzione, si era intascato in fretta l’assegno, si era mangiato interamente il panino e tracannava con gusto e piacere il bicchiere di vino, grattandosi l’ombellico e allegro come un usignolo a primavera! Quel uomo capì tutto del suo giovanotto e decise allora che avrebbe fatto di lui un uomo politico!!!

Il 2 Aprile 1766: nacque ad Arbus il famoso medico Pietro Antonio Leo. Docente all’Università di Cagliari, si dedicò alla ricerca nel campo della medicina. Combattendo i pregiudizi del suo tempo, da buon illuminista, si mostrò sempre pronto ad accogliere le novità della scienza, che difese nonostante tutto! Di famiglia non benestante, poté frequentare gli studi a Cagliari facendo i “majolo”, cioè il tutto fare presso una ricca famiglia cagliaritana. Si laureò a pieni voti in filosofia e medicina. Successivamente esercitò la professione di medico ad Arbus. Nel dicembre del 1794, all’età di 28 anni, vinse il concorso per Istituzioni Mediche, da cui ebbe il titolo per l’insegnamento universitario. Fu poi docente di Materia Medica. Completò i suoi studi a Genova, a Firenze, a Montpellier e a Parigi. Studiò il metodo “Jenner” per la vaccinazione antivaiolo, per cui si scontrò con gli ambienti di medicina “retrogradi” di Cagliari. Alla fine la spuntò ed ottenne l’approvazione  ufficiale  per la vaccinazione antivaiolosa col metodo Jenner. Gli ostruzionismi politici ed ecclesiastici gli diedero filo da torcere, ma avanzò sempre a testa alta. Viaggiò molto all’estero e tenne contati stretti con gli ambienti scientifici europei. Il prof. Giancarlo Sortgia, illustre storico della Sardegna, lo ricorda come uomo di grande spirito illuminista. Morì a Parigi, la città dell’Illuminismo, a soli 39 anni. Cagliari gli ha dedicato una Via; Arbus una Via, una Lapide, la Scuola Elementare e la Scuola Media.

3 Aprile 1878: muore a Cagliari il canonico Giovanni Spano (nato a Ploaghe l’8 marzo del 1803), storico, archeologo e linguista. Ha lasciato numerose opere, tra cui un vocabolario, sardo – italiano  e viceversa; un vocabolario geografico patronimico ed etimologico; una raccolta di detti e proverbi della Sardegna; una storia degli  Ebrei in Sardegna; la storia della zecca in Sardegna; le delizie della tortura in Sardegna; e tante altre. Fu Rettore dell’Università di Cagliari e promotore della Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari. Il re Vittorio Emanuele II°, per i suoi meriti, gli conferì la medaglia d’oro. Le sue opere ed i suoi insegnamenti sono stati e sono ancora di grandissimo stimolo per gli studiosi della lingua, della cultura e della storia della Sardegna.ç

4 Aprile 1297: il papa Bonifacio VIII° ( in su xèlu siat! = espressione sarda di “buon” augurio!), con una solenne cerimonia in San Pietro, concede la Sardegna a Giacomo II° d’Aragona. In base a questa concessione, i principi catalano aragonesi vanteranno sempre “sacri diritti” sul possesso del territorio dei sardi. Dante Alighieri, seppure per altri motivi, canta le “lodi eccelse” (si fa per dire) di quel papa, “tanto amico” del popolo sardo!

La domenica delle Palme: Gesù entra in Gerusalemme a dorso di asinello. Vedere un uomo a dorso d’asino un tempo era qui da noi, una cosa normalissima, oggi è un fatto più che raro. Per la festa della Madonna della Salute, che si celebra l’ultima domenica di maggio, c’era sempre la corsa degli asini, (sa cursa de is burriccus). Ricordo che il mio amico Sisinnio P. era un vero e proprio campione. “Da ragazzo sognavo di avere, oltre la bicicletta ovviamente, una cavallo, ma averlo non era nelle possibilità economiche dei miei famigliari. Sorte vuole che potei avere un asino, in comunella con mio cugino Luciano: “Piccioni”, lo chiamavamo; in verità l’asino era di sua madre, zia Barbara. Era un po’ vecchio, ma ancora valido; lo tenevamo nel greto del torrente e lì doveva arrangiarsi a trovare il cibo. Lo montavo e lo facevo correre sfrenatamente, si fa per dire, tra i sassi del torrente, col rischio di rompermi l’osso del collo; come del resto, lo montava Luciano; e spesso in due, l’uno spalle all’altro, per suscitare le risate degli altri ragazzi e bambini del vicinato, ma anche per prova di abilità ( “ballentìa”).  Nel periodo della raccolta delle mandorle diventava il nostro mezzo di trasporto; all’andata al mandorleto sopportava “con simpatia” il nostro peso, ma al ritorno solo ed esclusivamente i sacchi pieni. Era un animale molto intelligente e niente aveva da invidiare ad un cavallo; solo nel corso evidenziava “qualche piccola” differenza. Arrivò, ricordo, in paese il “Circo Zanfretta”, il primo da noi con i leoni; nella loro gabbia finì i suoi giorni  il nostro povero amico a quattro zampe, nonostante le mie suppliche e quelle di Luciano, ma le condizioni economiche di zia Barbara ne chiedevano l’immolazione”!  

Una quartina in ricordo!

“Tristu e miserinu Piccioni molenti

tui ses finìu me is barras ‘e u’ leoni

pro s’economia de sa pobura genti

miserinu e tristu molenti Piccioni”!

Traduzione in italiano.

“Triste e poverino Piccioni asinello

tu sei finito tra le fauci d’un leone

per l’economia della povera gente

poverino e triste asinello Piccioni”!

28 aprile: sa die de sa Sardinia. “ La “Giornata” della Sardegna. Per quei pochi sardi che sono ancora all’oscuro dei fatti, ricordiamo che il 28 aprile si “festeggia” sa die de sa Sardinia. È una ricorrenza che non si trova nei normali calendari, in quanto viene effettivamente festeggiata solo nelle Scuole dell’Isola. È stata istituita con la Legge Regionale n° 44 del 14 Settembre1993, la quale recita: “Il 28 Aprile è la giornata del Popolo Sardo – “Sa Die de sa Sardinia”. In occasione della quale la Regione organizza manifestazioni ed iniziative culturali. A tal fine la Giunta, approva annualmente, sentita la Competente Commissione Consiliare, uno specifico programma, predisposto dall’Assessore alla Pubblica Istruzione, anche sulla base delle iniziative indicate dagli Enti Locali ed Associazioni senza scopo di lucro. Il programma deve mirare a sviluppare la conoscenza della storia e dei valori dell’Autonomia e rivolto in particolare alle giovani generazioni”. Questo è, in breve, il succo del testo normativo, composto da due articoli suddivisi in sei commi. Ma il contenuto è di grande rilevanza sociale e civile, in primis per l’identità e l’unità del popolo sardo. A prescindere dalla scelta della data, che per inciso ricorda la cacciata dei Piemontesi da Cagliari, avvenuta appunto il 28 aprile del 1794, e per il cui approfondimento rimando ai numerosi testi della storia della Sardegna moderna e contemporanea, vorrei sottolineare l’importanza di avere una festa tutta e solo nostra, dei Sardi, che coaguli attorno a se l’attenzione di ogni abitante dell’isola e di tutti i suoi figli, di cui, purtroppo, tantissimi, si trovano altrove per motivi di lavoro! Una festa che ci faccia sentire speciali, che ci ricordi che se abbiamo uno Statuto Speciale ed Autonomo non sia soltanto perché viviamo in un’isola, ma anche perché siamo stati diversi dal resto degli italiani! Occorre in tutti i modi risvegliare in noi gli ideali di un popolo non omologato e sa “Die” è un ottimo “giorno” per dimostrarlo. È quindi necessario che i nostri giovani approfondiscano lo studio della storia del proprio paese, la conoscenza del loro passato, che è anche la garanzia per un loro futuro migliore”! (f.to.  Lorenzo di Biase).

La storia: …in seguito alla ritirata  dei francesi dalla Sardegna, 20 maggio 1793, il re Vittorio Amedeo III°, successivamente agli elogi del pontefice per la fedeltà dei sardi alle istituzioni ed alla fede, fece intendere al vicerè di Cagliari la volontà di premiare i sardi che si erano distinti nella resistenza alla conquista francese. Furono premiati invece solo i piemontesi, mentre ai sardi, come il visconte di Flumini, il marchese di Neonelli, don Girolamo Pitzolo e Vincenzo Sulis, non fu concesso riconoscimento alcuno. Dopo questi fatti i sardi chiesero al re più autonomia ed indipendenza, con una istanza che conteneva 5 domande, nel cui contenuto era implicito che le classi privilegiate sarde dovevano avere di diritto il comando della Sardegna, non i piemontesi. I delegati degli Stamenti Sardi (dei tre ordini: ecclesiastico, militare e reale), a Torino, non furono ricevuti dal re se non dopo tre lunghi mesi di attesa. Lo stesso monarca propose di “comprare” i sardi delegati e tacitarli con qualche carica importante e redditizia. Per altri mesi ancora i deputati sardi dovettero stare a Torino, nell’indifferenza generale dei piemontesi. Gli alti magistrati del re, incaricati di esaminare le richieste  tergiversarono a lungo ed infine  diedero risposte del tutto evasive. A Cagliari intanto arrivavano le notizie del trattamento poco rispettoso riservato dalla corte piemontese ai sardi, che erano ancora lì ad aprile inoltrato del 1794. agli ultimi del mese arrivò a Cagliari, per lettera spedita da don Girolamo Pitzolo il parere negativo del governo alle richieste dei sardi. I cagliaritani prepararono l’insurrezione per il 4 maggio, al rientro in città della statua di Santo Efisio da Nora, ma i piemontesi, venuti a conoscenza del complotto, ne arrestarono i capi, tra cui l’avvocato Vincenzo Cabras insieme al genero avvocato Bernardo Pintor. Il cui fratello, avvocato Luigi Pintor, sfuggito alla cattura, organizzò la rivolta del popolo cagliaritano, il 28 aprile, cioè alcuni giorni prima della data decisa. I piemontesi si arresero subito ed il vicerè si nascose nella casa dell’arcivescovo. L’intento era di gettare a mare tutti i piemontesi, nessuno escluso: si scatenò una vera e propria caccia all’uomo, “acciàppa, acciàppa”! Per intrappolarli facevano ripetere il vocabolo “cìxiri” (cece). Furono presi tutti e messi in custodia per essere imbarcati. L’imbarco avvenne quasi pacificamente il 30 aprile: vicerè e famiglia furono accompagnati alle navi dai più moderati. Riversato sul molo l’intero popolo cagliaritano salutò i piemontesi in partenza alla maniera sarda: a sa funi de is tiaulus; s’andàda de su fumu; torrènci in su cùnnu, etc. etc. (andate al diavolo; l’andata del fumo; “tornate da mamma vostra”, etc. etc.!). A Torino, “l’emozione popolare”, fu presentata dagli Stamenti come avvenimento conforme al trattamento subito da parte della corte piemontese. I Sardi, in fondo, altro non chiedevano che di riappropriarsi della loro terra, secondo gli antichi ordinamenti. Una bellissima commedia, in lingua sarda cagliaritana, di Giuliano Carta, ricorda in toni simpatici ed esilaranti quei fatti: “Sa Dì de S’Acciàppa”.

 Il racconto del mese.

 “Abàrra inoi Ninixéddu, ca babbài jei tòrrat a passài”!

 Dhi fiat morta sa mulleri, lassendìdhi u’ pippiu de dus annus de accudì e de campai. Candu andàda assu sattu a fai sa gerrunàda, su pippiu si dhu castiànta me is familias dessu bixinau, un’’orta s’una, un’’orta s’atra. Issu fiat ancora jovuneddu e jei si dhu narànta is feminas de bixinàu a si circai una picciocca po si torrai a coyai, plus ke tottu pro su pippiu. A cussu homini dhu iant itzerriau a traballai assa mena de Monteponi, a Bidda ‘e Cresia. Po andai a Bidd’’e Cresia iat deppiu comporai unu cuaddu: andàda su lunis a kitzi e torràda su sabudu, e no isciat plus accumenti fai po Ninixeddu su pippiu. Propiu innias iat connotu una femmina ki dhu boliat sposai, ma issa no boliat su pippiu, in manèra perùna. A nai sa beridadi Ninixèddu si fiat avvesàu oramai a andai dessa domu ass’atra dessu bixinau, in mesu de is atras codroxinas de  pippius e no est ki essat intendiu meda, meda sa mancantzia dessu babbai, ma dhu stimàda meda, meda e tottu! Pro issu fiat arribau su momentu de deppi sceberai o su pippiu o sa femmina de Bidda de Cresia e si fiat ditzidiu de lassai su pippiu e in sa menti sua sciat jai de accumenti fai. Su lunis a kitzi iat preparau si cuaddu  e iat tzerriau su pippiu e dhu iat fattu setzi cun issu. Po andai a sa mena de Monteponi passat fixu in sa ia beccia de Sibiri a Flumini ‘e Maiori e de ingunis a Bidd’’e Cresia (sa bia de is Gonnesus, dha tzerriant ancora is Fluminesus); sa dì invecis fiat passau in Sa Pedra Marcàda e propiu ingunis iat lassau su pippiu: “Abàrra inoi, Ninixéddu, ca babbài jei torrat a passai”! Su tempus no fiat malu, in su mesi de abribi, su lunis dessa cida de Pasca, ma a su kitzi s’araxi frida si faiat intendi. Dhi iat nau a si poni su bistiri bellu ki teniat (a nai sa beridadi ndi teniat unu fetti) e dhu iat lassau imboddiau in una manta beccia pro su frius. Setti annus teniat insaras, cumprius de pagu. Su pippiu fiat abarrau affurrungonau accant’’essa Pedra abettendi su babbai, ca jei iat a essi torrau a passai. Fiat tottu imboddiau in sa manta, fetti is peixèddus bessianta a foras, parrianta concas ‘e cabaxèttas pighendi su soli. A peis no teniat frius, maccai no essat portau crapittas, no ndi iat mai portau, fiat istetiu sempri iscrutzu, de candu fiat nasciu; ma no si ndi pigàt coidau. Si doy fiat dromìu ingunis e me is bisus suus iat appubau su babbai suu setziu a cuaddu, torrendi a ndi dhu liai: dhu stimàda a su babbai; po-y cussu pippiu fiat tottu; de sa mammai no teniat arregòdu perùnu. Fiat u’ bellu homini, artu e beni fattu e setziu a cuaddu, cidriu ke unu fusti cun su cappeddu a tiras ladas, is mustatzus longus e cidrius e is ogus braxus ke duas prendas dhi parriat un homini de cussus contus de principis e gurreis, ki intendiat de is pippius de s’edadi sua ki andànta a scola: Ninixèddu a scola do-y fiat andau fetti una pariga ‘e diis. De-y cussus bisus bellus bellus ndi dhu iat sciumbulau una sciùma de feminas cun is crobis in conca: medas de issas dhu conosciant beni e plus ke tottu tresi, tzia Peppina F.  tzia Anna Z. e tzia Peppanna C. *(ayaya Fosci – esti issa ki m’hat contau sa storia –tzia Anna Tabedda e tzia Pepanna Concas, sa sorri manna de ayayu Concas), tres connàdas ki, impari cun tottu is atras feminas, ki teniant is pobiddus in sa mena. Fiant is feminas gonnesas, ki passanta ingunis po andai a Ingurtosu e Naracauli, cun is crobis a cùccuru portanta a is pobiddus su pani a pena sforrau impari cun is atras provvistas de tottu sa cida, ca is pobiddus calànta a bidda una borta a su mesi si dhis andàda beni. Issas pigànta sa ‘ia de Sibiri, e de Sibiri assa Pedra Marcàda e de ingunis a s’ingruxéri de Ingurtosu, tottu a pei cun is crobis a cùccuru. Me in sa mena agattànta pobiddus e fillus puru, cussus matukeddus, in edadi de treballu e fillas feminas puru, cussas ki cerrìanta su minerali: is bagadias, ca candu si coyànta deppiant abarrai in domu po acudi assa codroxina de is fillus, ca jai omnia annu ndi nasciat unu nou. Tzia Peppina, tzia Anna e tzia Peppanna, cun is feminas ‘e Gonnus, sen’’e nci pentzai meda iant cumprendiu su ki fiat sutzediu, ma jai sciant ca deppiat sutzedi, ca su babbai de Ninixèddu dhis iat domandau, plus ke tottu a tzia Peppina, de si dhu castiai, e issas iant arrespostu ca jei ndi teniant medas atrus de castiai, ki si dh’essat castiau issu e portau avattu. Ma sciant puru ca sa picciocca ki iat connòtu in sa mena de Bidd’’e Cresia no boliat su pippiu. “Beni cun nosu, beni, Ninixèddu – dhi iat nau tzia Peppina. Su pippiu jei conosciat cussas feminas, plus ke tottu a tzia Peppina, ca do-y fiat fixu in domu sua. “Nossi, tzia Peppina, abarru inoi ca babbai m’hat nau ca jei torrat a passai a mi ndi liai”! A merì mannu, candu is feminas fiant torradas a passai in s’ingruxèri dessa Pèdra Marcàda, su pippiu do-y fiat ancora: ingunis, accugucciàu e cun is ogus lambrigosus dessu disisperu. “Andaus beni cun nosu a bidda – si fiat fata tzia Peppina – ca tanti babbai tu no torrat a passai plus”! E su pippiu iat pigau sa manu a issa, frikinja, frikinja. “Lèi un’arrogu de pani, ca has a tenni famini, e lassa de frikinjai, ca jei nd’has a tenni tempus, de imoi inantis”! Dhi iat nau tzia Peppina, a dentis siddàdas. Ma s’arrenegu de issa fiat po su babbai ‘e Ninixeddu e po cussa ègua de femina ki deppiat diventai sa mullèri sua, no po su pippiu! E fiant torradas a bidda cun su pippiu. Ninixèddu fiat abarrau tanti tempus abettendi sa torràda dessu babbai, fintzas ki si fiat iscretiu e iat cumprendiu ca no iat a essi plus torrau: cuss’homini bellu, cun is mustatzus longus e is ogus braxus, dhu iat lassau po sempri, solu ke una perda! Ma solu no dh’iant lassau is feminas de bixanu. Tziu Kiccu C., su pobiddu de tzi’Anna, in sa mena fiat su guardianu de is feminas, dhe aici narànta: esti ca teniat s’incàrrigu de is nastrus abì passat su minerali, in sa laveria de Naracauli, aundi do-y fiant is piccioccas ki dhu prugànta, is cerridrìxis. Issu iat nau assa mulleri e a is connàdas, Peppina e Peppanna e a is atras feminas de bixinau, ki si pigànta coidau de Ninixèddu, a nci dhu portai a sa mena. Ca jei dhu iat a essi castiau issu, cun tottu is piccioccas ki do-y fiant: “De aici, calincuna picciocca cumèntzat a imparai a fai a mammai”! Iat acciuntu, cu su sorrisèddu de tramperi, ca isciat puru ca Ninixèddu no fiat farra de fai ostias, ca pesau sen’’e mamma, fiat cresciu u’ paghèddu arrebugìnu! De aici iant fattu: Ninixèddu fiat finìu in sa mena a edadi de 7 annus intrau in 8. Is piccioccas dhu cumandànta a baketta e dhu mandànta a fai is cummessionis insoru e su pippiu no sempri poniat menti; insaras si faiat nadiadas e calincuna leccàda de pei puru; e Ninixèddu arrespondiat maccai a fueddus pagu aderettzàus e dhis faiat su segapei.

E su tempus fiat passendi e Ninixèddu, a fueddus malus e a losingas, fiat diventau Ninu. Is meris dessa mena iant detzidiu de dhi ‘onai treballu, ma candu iant scipiu ca cussu piccioccu fiat abituau a fai is cummessionis e ca dhas faiat beni, dhu iant ‘offiu a serbidoreddu po fai is cummessionis. In Casteddu dhu iant a essi tzerriau u’ picchiokeddu de crobi. Dessu babbai su si ndi fiat scaresciu de meda e no ndi ‘oliat plus isciri. Sa genti de su bixinau jei isciat aundi fiat su babbai, ma kini si dhu arregodàda, a Ninu, arriscàda de intendi su ki no boliat! A piccioccu in edadi de coya iat connòtu una picciocca, fiat a pena arribàda in “laveria”, ma dha conosciat jai, ca fiat filla de tziu Kiccu F. su fradi de tzia Peppina, e si fiant coyaus. A pena ki iant scipiu,  ca issa fiat abettendi u’pippiu! E fiant puru torraus a bivi in su bixinau abi issu fiat nasciu e biviu a pippiu. E iant tentu una codroxina de fillus. Issu fiat abarrau a traballai in sa mena de edadi de 7 annus fintzas a candu dhu iant pentzionau, a edadi de plus de sessanta annus: de Ingurtosu perou fiat passau a Montibècciu.

“Su babbài perou jei fiat torrau a passai a ndi dhu liài,  50 annus appustis ki dhu iat lassau in s’ingruxéri dessa Pèdra Marcàda; dhi fiat morta sa segunda mulleri e de issa no iat tentu fillus. “Ma castia u’ paghèddu de accumenti esti sa sorti: s’unicu fillu suu fiat Ninnixèddu e iat detzidiu insaras de torrai a passai a ndi dhu liai, pentzendi puru ca oramai issu teniat jai 80 annus e solu, solu no boliat abarrai”!

Tziu Ninu biviat in sa domu noba dessa ‘ia de su Forraxeddu, a 50 metrus dessa domu beccia abini fiat nasciu e biviu a pippiu e torrau ingunis a coyau. Una dì (fiat sa cida de Pasca de su 1967, fortzis fiat de lunis) tzi’Annetta, sa pobidda, iat intendiu toccus  a s’enna,  fiat bessìda a biri sa genti e iat biu un’homini bécciu, ki no conosciat: “ O Ninu, o Ninu, - si fiat fata, tzerriendi assu pobiddu -  beni ca nci hat unu stràngiu cirkendi a tui”! Tziu Ninu fiat bessiu, dhu iat castiau a ogus, dhu iat connotu in pressi, maccai essat becciu e incrubàu, ma no dhu iat cracculàu po nudda: “E kini est sa genti – dhi iat preguntàu a dentis siddàdas”? “No mi torras a conosci Ninu, seu babbai tuu, castiamidha beni, beni”!. Dhi iat fissau, is ogus suus me is de issu, a tostau! “Tui iast a depp’ essi babbai miu, ma bessimìnci de ingunis e de pressi puru, no ndi tenis e genti de colionai, bessimìnci si no bolis a t’accarrabullài, babbai miu est mortu e interrau 50 annus fait, bessimìnci, bessimìnci ‘e ingunis”! E nci dh’iat serrau, a forti, s’enna in facci!

- S’accabàda de s’istoria nosi dh’hat contàda, tzia Annetta, ca fiat abarràda ascutèndi po curiosidadi, ca iat immaginau kini podiat essi cuss’homini becciu; e pois a pregontai a tziu Ninu dessu babbu, fiat a s’aspettai una surra de fueddus malus! -

*(ayaya Fosci – esti issa ki m’hat contau sa storia de tziu Ninu; tzia Anna Tabedda fiat sa mulleri di tziu Kiccu Concas, su fradi de ayayu Loi, e tzia Pepanna Concas, sa sorri manna de ayayu).

Peppi

Traduzione (letterale) in italiano.

“Resta qua Nino, ché babbo ripasserà a prenderti”!

Gli era morta la moglie, lasciandogli un bimbo di due anni da allevare e da mantenere. Quando andava a fare la giornata in campagna, il bambino glielo  tenevano le famiglie del vicinato, una volta l’una, una volta l’altra. Era ancora giovane e glielo dicevano le donne del vicinato di cercarsi una ragazza per ammogliarsi di nuovo, soprattutto per il bambino. Lo chiamarono al lavoro alla miniera di Monteponi, ad Iglesias (Villa di Chiesa). Per andare ad Iglesias dovette comprarsi un cavallo: partiva il lunedì e rientrava il sabato e non sapeva più cosa fare per Nino. Ma proprio lì conobbe una ragazza che accettava di sposarlo, ma lei non voleva il bambino, per nessuna ragione. A dir la verità Nino si era abituato ormai ad andare da una casa all’altra del vicinato, in mezzo ai gruppi familiari abbastanza numerosi e non sentiva molto l’assenza del genitore, che pure stimava tanto. Per quel uomo arrivò il momento della scelta definitiva, o il bambino o la ragazza di Iglesias e decise quindi di abbandonare il bambino e nella sua mente sapeva già come fare! Il lunedì, poco prima dell’alba, preparato il cavallo, chiamò il bambino e lo mise in groppa insieme a lui. Solitamente, per andare alla miniera di Monteponi, percorreva la mulattiera che porta da Sibiri a Fluminimaggiore e da lì a Villa di Chiesa (questo è il sentiero che gli abitanti di Flumini chiamano “ la strada dei Gonnesi”); quel giorno invece decise di passare per la “Pietra Marcata” (che immette nella Strada Statale Arbus Flumini, a poche centinaia di metri dal bivio per Ingurtosu) e proprio lì lasciò il bambino: “Resta qua Nino, ché babbo ripasserà a prenderti”! Il tempo era mite nel mese di aprile, il lunedì della settimana santa, ma di primo mattino la brezza fredda si faceva sentire. Gli disse pure di mettere l’abitino nuovo che aveva (a dir la verità, ne aveva solo uno) e lo lasciò avvoltolato con una vecchia coperta per il freddo. Aveva sette anni, appena compiuti. Il bambino rimase là rannicchiato vicino alla Pietra aspettando il padre, che sarebbe senz’altro passato (a riprenderlo). Era ben avvoltolato nella coperta, solo i piedini sporgevano fuori e sembravano teste di lucertole che facevano capolino a prendere il sole. Nei piedi non sentiva comunque freddo, nonostante non avesse scarpe; non ne aveva mai avuto; era stato sempre a piedi nudi da quando era nato, ma non si preoccupava più di tanto! Lì si addormentò e nei suoi sogni apparve il padre, a cavallo, ritto sulla sella, che tornava a prenderlo: stimava quel uomo, che per lui era tutto; della madre non gli era rimasto alcun ricordo. Era un bel uomo, alto, ben fatto e ritto sul cavallo, col capello a tese larghe, i lunghi baffi e gli occhi chiari come due perle, gli sembrava un uomo di quei racconti di principi e re, dei quali parlavano i bambini della sua età, che andavano a scuola: Nino a scuola c’era stato ben pochi giorni. Da quei bellissimi sogni lo risvegliò la comitiva delle donne, con le ceste in testa: molte di loro conoscevano abbastanza bene il bambino e soprattutto tre: zia Peppina, zia Anna  e zia Peppanna*, tre cognate, le quali, come le altre del gruppo, avevano i mariti in miniera. Erano le donne di Gonnos, che passavano lì per andare ad Ingurtosu e Naracauli, con le ceste di vimini in testa, e portavano ai mariti il pane appena sfornato insieme alle altre provviste per la settimana; ché i mariti rientravano in paese una volta al mese, se tutto andava bene. Esse prendevano la strada per Sibiri e da lì alla Pietra Marcata** e quindi al bivio per Ingurtosu e Naracauli***, a piedi, con le ceste ricolme in testa. In miniera ritrovavano i mariti ed anche i figli, quelli in età di lavoro ed anche le figlie femmine, quelle che setacciavano il minerale, le cernitici: non sposate, ché una volta che prendevano marito stavano a casa per accudire alla combriccola dei figli, a cui quasi ogni anno se ne aggiungeva uno nuovo. Zia Peppina, zia Anna e zia Peppanna, con le altre donne di Gonnos, senza stare a riflettere tanto, capirono subito che cosa era avvenuto, ma già sapevano che sarebbe avvenuto così, ché il padre di Nino aveva loro chiesto, soprattutto a zia Peppina di badare al bambino e lei aveva risposto che ne aveva tanti altri a cui badare, che se lo tenesse e lo portasse con lui! Ma sapevano che la ragazza che aveva conosciuto nella miniera di Villa di Chiesa non voleva il bambino: “Vieni con noi, vieni, Nino – gli disse zia Peppina”! Il bambino conosceva bene quelle donne, più di tutte zia Peppina, ché c’era spesso a casa sua! “No, no, zia Peppina, resto qui ché babbo m’ha detto che ripassa a prendermi”! A metà pomeriggio, quando le donne ripassarono nel crocicchio della Pietra Marcata, il bambino c’era ancora: stava lì rannicchiato e con gli occhi in lacrime per lo sconforto. “Andiamo vieni con noi in paese – gli disse zia Peppina – ché tuo padre non tornerà più”! Il bambino, in singhiozzi , le prese la mano. “Tieni un pezzo di pane, ché per certo hai fame e smettila di frignare, ché avrai tempo di farlo più avanti”! Disse lui zia Peppina, a denti stretti; ma l’irritazione della donna era rivolta al padre di Nino ed a quella sgualdrina che doveva diventare sua moglie, non al bambino! Nino rimase tanto tempo in attesa del ritorno del padre, sino a quando, avendo capito che non sarebbe più tornato, gli uscì di mente: quel uomo, bello, con i lunghi baffi e gli occhi del colore del cielo, lo aveva lasciato per sempre, solo come una pietra. Ma non lo lasciarono solo, le donne del vicinato: zio Chicco C., il marito di zia Anna, in miniera era il guardiano delle donne, così dicevano; è che aveva l’incarico di badare ai nastri, dove passava il minerale, nella Laveria di Naracauli, dove c’erano inoltre le ragazze che lo setacciavano: le cernitici. Egli disse alla moglie e alle cognate, Peppina e Peppanna, ed alle altre donne del vicinato, che si preoccupavano tanto per il bambino, di portarlo in miniera, ché l’avrebbe tenuto lui in custodia, con tutte le ragazze che c’erano: “ Così qualche ragazza – aggiunse, con sorriso spiritoso – comincia ad imparare a fare da mamma”! Sapeva pure che Nino non era farina per le ostie, ché allevato senza mamma, era divenuto un po’ monello! E così fecero: Nino finì in miniera all’età di sette anni compiuti. Le ragazze ne fecero il bambino delle loro commissioni. Ma non sempre obbediva ed allora si buscava sculaccioni e persino qualche pedata nel sedere. Nino rispondeva alle “carezze” con parole poco ortodosse e aspettava il momento giusto per rifarsi!

Il tempo trascorreva e Nino, con insulti e carezze, era ormai divenuto un giovanotto e i padroni della miniera decisero di prenderlo al lavoro, e quando seppero che era molto bravo nel far le commissioni, lo presero come “ragazzo delle spese” per le loro famiglie: a Cagliari lo avrebbero chiamato “ragazzo porta ceste”! Del padre s’era ormai dimenticato e non voleva più saperne. La gente del vicinato sapeva bene dove era il padre, ma chi glielo ricordava, si beccava un sacco di insulti! Da giovane in età di matrimonio conobbe una ragazza, Annetta, era appena arrivata in miniera, in Laveria, ma la conosceva già, ché era figlia di zio Chicco F. fratello di zia Peppina, e si sposarono, appena seppero che lei stava aspettando un bambino. E andarono a vivere nel vicinato, nel quale Nino era nato e cresciuto. Ebbero una bella comitiva di figli. Nino rimase a lavorare in miniera, dall’età di 7 anni sino al riposo, a più di sessanta: da Ingurtosu era stato trasferito a Montevecchio.

“Però il padre ripassò a prenderlo, 50 anni dopo che lo aveva abbandonato nel crocicchio della Pietra Marcata; del resto gli era morta la seconda moglie, dalla quale non aveva avuto figli:”Ma guarda un po’, come è il destino: l’unico suo figlio era Nino e decise allora di ripassare a riprenderlo, pensando pure che aveva ormai quasi 80 anni e solo, solo non voleva rimanere”!

Zio Nino viveva nella casa nuova di Via su Forraxeddu, a 50 metri dalla vecchia casa dove era nato, cresciuto, si era sposato ed aveva avuto i numerosi figli. Un giorno ( della settimana santa del 1967, forse era di lunedì)zia Annetta, la moglie, sentì bussare alla porta. Aprì l’uscio per vedere chi fosse e scorse un uomo anziano che non conosceva: “O Nino, o Nino – esclamò – vieni ché c’è un forestiero che cerca di te”! Zio Nino si affacciò sull’uscio, lo guardò negli occhi e lo riconobbe subito, anche se ormai era molto vecchio e incurvato, ma non manifestò riguardo alcuno: “E chi è la gente”? Chiese a denti stretti. “Non mi riconosci Nino, sono tuo padre, guardami bene, bene”? Lo guardò negli occhi con incredibile durezza! “E tu dovresti essere mio padre, va via subito da qui ed in fretta, non hai altri a cui raccontare fandonie, va via, se non vuoi che ti prenda a botte, mio padre è morto e sepolto 50 anni fa, va via, va via da qui”! E gli rinchiuse con violenza la porta in faccia!

Questa parte finale della storia cel' ha raccontata zia Annetta, che era stata lì a sentire per curiosità, ma aveva immaginato di chi si trattasse; e poi al chiedere a zio Nino del padre si otteneva una risposta di sole parolacce! –

$1-          * Zia Peppina(Giuseppa) Fosci era mia nonna (lei mi raccontò la storia di “Ninixèddu); zia Anna Zurru (Tabedda), era la moglie di zio Chicco(Francesco)Concas, fratello maggiore di nonno Loi (Salvatore); zia Peppanna(Giuseppa Anna) era la sorella maggiore di nonno.

$1-          ** La Pietra Marcata (c’è sempre): si tratta di una pietra di confine.

$1-          *** Le miniere di Ingurtosu e la Laveria di Naracauli ( i ruderi sono ancora in buono stato: vi sono progetti per la ristrutturazione (a scopi turistici)delle infrastrutture. 

Fatti e personaggi della storia sono assolutamente veri!

$1-           

L’Espressione: - “Abarra inoi Ninixèddu, ca babbai jei torrat a passai” – ha assunto per noi il significato di proverbio, per evidenziare una promessa mancata, soprattutto di natura politica. Senza alcuna relazione col fatto che, proprio attualmente (siamo in aprile del 2009), il sindaco di Gonnosfanadiga si chiama Nino!

Peppe

 

   

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