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ALMANACCO-luglio

Luglio – mes’’e arjolas; mes’’e treulas; mes’’e su Cramu.

È il mese della raccolta delle messi: arjolas erano appunto le aie dove  venivano ammassati i covoni del grano o di altri cereali (i[s] manugas de su lori) per la trebbiatura (sa treula), che avveniva solitamente con i cavalli.

Luglio = dal latino Iulius mensis = mese di Giulio, riferito a Giulio Cesare, il grande riformatore del calendario romano. Calendario deriva da calendae = il primo giorno di ogni mese; Calendario siderale, basato sui periodici ritorni delle stelle fisse; Calendario solare basato sull’apparente rivoluzione del sole intorno alla terra; Calendario lunare -  basato sulle fasi lunari o rivoluzioni della luna intorno alla terra. Per noi il calendario può essere o astronomico o civile, in cui il secondo altro non è che l’adattamento del primo alle esigenze civili dell’uomo.

L’uomo primitivo si è sempre orientato rispetto al tempo, in base alle sue esigenze quotidiane, mensili, stagionali e annuali, servendosi del moto apparente del sole e degli astri e del moto della luna. Ad esempio  un indiano Sioux del Dakota, abituato ad andare a dormire appena scende il buio della notte e a risvegliarsi alle prime luci dell’alba, conterà le notti o meglio le dormite: “ Da quel fatto, ho dormito 7 volte…” - sono trascorsi sette giorni. Per i primitivi non si può parlare di anno solare o lunare, ma di anno naturale o meglio vegetativo, in cui hanno importanza i fenomeni periodici della natura. Il popolo civilmente avanzato degli Aztechi divideva l’anno di 365 giorni,  in 18 parti, di 20 giorni ciascuna, che  prendeva il nome di una festa. I cinque giorni rimanenti erano considerati nefasti per qualsiasi attività.

Il calendario romano antico, o Romuleo, secondo fonti antiche,  era di 10 mesi, di 30 giorni, ma sappiamo che è cosa assurda, per il fatto che, in pochi anni i mesi invernali avrebbero coinciso col periodo caldo e viceversa. Abbiamo prove che fu proprio Numa Pompilio il primo riformatore del calendario antico di Roma. Numa copiò, si può dire, dal calendario greco, che era suddiviso in 12 mesi lunari. Che ci sia stato un calendario di dieci mesi è però dimostrabile dal fatto che gli ultimi 4 mesi erano settembre, ottobre, novembre e dicembre ( settimo, ottavo, nono e decimo mese), ma probabilmente di oltre 30 giorni . Caio Giulio Cesare nell’anno 46 a.C. riformò definitivamente il calendario romano, che, si dice, Augusto Imperatore abbia fatto successivamente incidere in tavole di bronzo, che però non sono a noi pervenute. Della riforma di Cesare danno semplici accenni Ovidio, Plinio, Plutarco ed altri, e notizie più precise Macrobio. Ma tra questi solo Ovidio fu contemporaneo a Cesare, e proprio lui parla di una tradizione raccolta, cioè della messa insieme di qualcosa che già esisteva. In verità il suggerimento veniva da Sosigene, matematico e astronomo alessandrino contemporaneo.

I mesi dell’anno in lingua italiana e nelle altre lingue romanze, come ad esempio spagnolo e francese, provengono etimologicamente dal latino: Ianuarius (dedicato a Giano, il dio delle porte), Februarius ( dedicato a Februus, divinità etrusca della purificazione), Martius ( dedicato a Marte, dio della guerra , da cui si diceva traesse origine Romolo), Aprilis ( derivato probabilmente da aperio = aperto, soleggiato: mese del sole?), Maius ( dedicato a Maia, antica divinità italica), Iunius (dedicato a Giunone, moglie di Giove o, secondo alcuni studiosi, alla nobilissima gens iunia), Iulius (dedicato a Caio Giulio Cesare), Augustus ( dedicato ad Augusto Imperatore; prima detto Sextilis), September = il 7° mese dell’anno; October = l’ottavo mese dell’anno, November = il nono mese dell’anno; December = il decimo mese dell’anno. Nel calendario giuliano, ogni 4 anni, tra il 23 ed il 24 febbraio, si intercalava un giorno, detto bis sextus (bisestile). Ma c’era sempre un errore (di 11 minuti e 12 secondi), che venne corretto da papa Gregorio XIII° con la bolla”Inter Gravissimas” del 24 febbraio 1582, giovandosi dell’aiuto di grandi matematici e dell’astronomo Aloysius Lilius (che avesse origini sarde?), decise di considerare come 15 ottobre il giorno 4 ottobre di quell’anno, portandosi così alla pari con l’anno solare, ma non calcolando, negli anni centenari non multipli di 400 il giorno bisestile. Il calendario Gregoriano è stato adottato da quasi tutti i paesi della Terra.

22 luglio – S. M. Maddalena. Mio padre mi ricordava spesso la predica, durante la messa, di una domenica di luglio, del vice parroco, della Parrocchia del Sacro Cuore (Gonnos), dottor Casti (predi C.), in sardo: “ Maria Maddalena…fiat una pudescia; dh’ iant agattàda me in cussasa tzrivas. Il sacerdote per tradurre in sardo bordelli o casini, usava il termine tzrivas = paludi, acquitrini.

24 luglio – San Giacomo; Santu Jacu. È presente negli scongiuri sardi. Solitamente in coppia con Santa Barbara: “Santa Brabara e Santu Jacu, osu portais is crais de xelu, osu portais is crais de lampu, no tocheis a fillu allenu, nì in domu e nì in su sattu ( scongiuro contro i fulmini)”.

Mes’’e Arjolas; mes’’e Treulas;mes’’e su Cramu: il mese delle aie, il mese della trebbiatura del grano; il mese della Madonna del Carmine.

Sa treula (la trebbiatura) veniva fatta nelle aie (arjolas) con i cavalli (cuàddus), oppure con i buoi (a bois), o ancora, con le puledre (a èguas). Al centro dell’aia si spargevano i covoni del grano (is mannùgas), possibilmente in cerchio, con le spighe rivolte verso il centro(cun sa cabìtza aintru). I contadini (is arjolaius) guidavano gli animali durante la trebbiatura della catasta dei covoni (sa tzrèga). Quindi con i forconi do legno (furconis de linna), ammucchiavano il grano trebbiato al centro e si preparavano alla ventilazione(is arjolaius bentuliadoris), a maestrale (bentu westu), a levante( a bentu ‘e soli), a scirocco( a bentu ‘e mari). Il mucchio del grano (sa rèsa), ripulito della paglia veniva poi misurato a cuàrras e imbùdus (misure di 20 e 5 litri), e messo nei sacchi. A casa le donne ripassavano il grano nei setacci (is sedatzus), per eliminare le ultime impurità del grano, che veniva poi conservato (incunjàu) in attesa della macinazione(molidùra). La macina o mulino (sa mola, su molìnu)) era ad acqua (generalmente lungo i corsi di fiumi e ruscelli) o ad asino (su molénti). Il grano macinato (sa fàrra) veniva ripassata con i setacci per separare la semola (sa sìmbula) dalla farina bianca(sa farrìna), dalla farina nera ( su scettixéddu) e dalla crusca (su pòddini). Le varie parti venivano depositate in appositi contenitori di vimini e paglia: crobis, crobeddas, pobinas, canisteddas:  su strexu de fenu (vedi nell’Web – Giuseppe Concas - Dicius – tristu e miserinu s’arrìccu, su poburu jei s’arrangiat).Dalla farina bianca si facevano i pani bianchi (sas moddixìnas); dalla semola il pane duro (su coccòi), dalla farina nera, il pane nero (su civràxu); la crusca si dava alle galline (is puddas).

6 luglio: l’Ardia di Sedilo rievoca la battaglia di Ponte Milvio del 312 d. C. tra Costantino e Massenzio; anche se, in verità, la data precisa è quella del 28 ottobre. I monaci greci portarono in Sardegna il culto di San Costantino ( insieme ai tanti altri santi del Menologio Greco), al quale i sardi dedicarono tantissime chiese ed il nome Costantino trovò grandissima diffusione: ne sono testimonianza i documenti antichi della lingua e della storia della Sardegna.

La Sardegna divenne bizantina dopo il 534, all’indomani della cacciata del Vandali ad opera di Belisario, comandante delle truppe dell’Impero Romano d’Oriente, essendo imperatore Giustiniano. Il governo dell’isola fu affidato al prefetto africano di Cartagine, ma a Cagliari risiedeva il “praeses” responsabile dell’amministrazione dell’isola ed a Fordongianus (l’antica Forum Traiani) aveva sede il comando (dux) delle truppe dislocate in Sardegna. Prima di tale evento l’isola era religiosamente legata alla sede di Roma, ma in verità in essa resistevano riti e consuetudini proprie del paganesimo. L’esarcato d’Africa esercitò una energica pressione per debellare le ultime resistenze dei culti tribali e promosse una vera e propria invasione di monaci greci, per la cristianizzazione dell’isola. La diffusione della religione greco – bizantina (ortodossa) nella forma eremitica e cenobitica interessò tutto il territorio, che fu letteralmente cosparso di luoghi di culto greci. La chiesa sarda, comunque, si mantenne, per un certo verso, autonoma da Costantinopoli e da Roma. Dopo il 1054, anno dello scisma tra le due fedi, quella greco ortodossa e quella cattolica, la Sardegna subì la forte pressione della Santa Sede, che intervenne con una opera di profonda riforma del culto sardo. Anche qui in Sardegna si arrivò alla “damnatio memoriae” e lo stesso Pontefice Gregorio VII minacciò, nei confronti dei 4 Giudici (governatori dei 4 regni giudicali), che volessero mantenere legami col culto bizantino, l’invasione militare. Ma il culto greco era profondamente radicato e l’opera di riforma della Santa Sede non riuscì ad estinguere consuetudini profondamente inserite e non solo nel culto religioso. Sta di fatto che iniziò, subito dopo lo scisma una radicale modifica della struttura delle chiese bizantine, caratterizzate dalla pianta a croce quadrata, con al centro la cupola. Sulla vecchia, solitamente, veniva impiantata la nuova croce romana. Ma la maggior parte degli edifici di culto bizantini furono abbandonati e quindi dissacrati. Sono pochissime ormai le chiese bizantine che conservano la struttura iniziale: San Giovanni di Assemini; Santa Sofia di Villasor; San Saturno di Cagliari; San Salvatore di Iglesias; San Elia di Nuxis; San Andrea Priu di Bonorva; etc; etc; In certi casi alla vecchia pianta a croce quadrata si soprappose la nuova a croce romana: esempio, Santa Maria di Guspini; in altri il braccio contenente il portale d’ingresso (generalmente a sud-ovest)della croce fu allungato così da creare la croce romana: esempio: Santa Severa di Gonnosfanadiga. Tutte le chiese bizantine furono dedicate ai santi del Menologio greco, ed è rimasto nella tradizione sarda il culto per tali santi: San Elia, San Salvatore, Santa Sofia, Santa Barbara, san Lorenzo, San Cosimo, San Damiano, San Giovanni; o per gli arcangeli, ad esempio San Michele; o per la Madonna nelle manifestazioni religiose bizantine: Santa Maria Bambina, Santa Maria Assunta, la Dormiente. Solo nel territorio di Gonnosfanadiga, alle pendici settentrionali del Monte Linas, nella Sardegna sud occidentale, rimangono i ruderi di 13 chiese bizantine, costruite da monaci eremiti e cenobiti: San Michele(di montagna – Santu Miali): si trovava nelle vicinanze dell’omonima vetta, non lontano dalla miniera di Perd’’e Pibara( oggi restano soltanto pietrame di crollo e frammenti di tegole. Sant’Antonio Abate( sant’Antoni de su fogu o de is procàxus), che fu anche la prima parrocchiale di Gonnos: sorgeva nell’area in cui fu costruita l’attuale chiesa di Santa Barbara, ma sino a pochi decenni or sono erano ancora visibili le pietre di base dell’edificio. San Simeone (Santu Simionis), sita nell’omonima località, al lato sud ovest del centro abitato; proprio là dove oggi sorge la Scuola Elementare G. Lecis”dai documenti diocesani risultava consacrata sino ai primi anni del 1700. Sant’Elia, seconda parrocchiale per Gonnosfanadiga, sino al 1903, allorché fu chiusa al culto perché pericolante; sopra i suoi ruderi sorgerà l’attuale chiesa del Sacro Cuore. Sant’Elena (sant’Abéni): i suoi ruderi si trovano a circa tre chilometri dal centro abitato, raggiungibili dalla Statale per Villacidro. Vergine d’Itria (sa Madonna de is Ollastus): vicina alla precedente, resta solo il pietrame della costruzione e frammenti di tegole. Sant’Anastasia (Sant’Anostasìa): nei pressi dell’omonima sorgente, restano solo un muro laterale e frammenti di tegole. San Michele (santu Miali): fu la seconda chiesa dedicata al Santo, ma molto più importante della precedente, munita anche di fonte battesimale: era sicuramente un centro di culto, frequentato dagli abitanti dei vicini ovili (furriadròxus). San Lorenzo (Santu Larentziu), in località Serru, che fu anche centro abitato, del quale era la parrocchiale. Non molto lontano dalla precedente, ai limiti dell’antico centro abitato di Serru, definitivamente abbandonato alla fine del XVI° secolo, in seguito alle continue incursioni barbaresche( vedi il cognome Serru), si trovano i ruderi (ancora ben visibili) della chiesa di San Pietro (Santu Pedru). Non molto lontano dal villaggio di Serru, sorgeva la chiesa di San Domenico (Santu Dominigu), della quale resta soltanto un muro. Sempre vicino al sopraddetto villaggio sorgeva la chiesa di San Bartolomeo, della quale restano poche tracce e una delle sorgenti più famose e più belle (in senso architettonico) del territorio: la sua copertura a tholos, perfetta nelle sue parti, anche se di dimensioni piuttosto ridotte, ricorda i tempietti sacri della Sardegna. Sulla sorgente di San Bartolomeo( sa mitza de Santu Bartzòlu), qui da noi, si racconta una bellissima leggenda: “Sa Sennòra de Santu Bartzòlu” (vedi nel sito – Racconti e leggende del Campidano e dintorni). San Cosimo o più probabilmente, Santi Cosimo (Cosma) e Damiano: i resti della chiesetta si trovano nelle vicinanze del fiume Terr’’e Maistus, nei pressi del ponte detto appunto di San Cosimo. Chiesa della Vergine di Monserrato o Santa Maria: si trova proprio nel salto di Santa Maria, nei pressi dell’omonima sorgente, non lontano dalla Provinciale Gonnosfanadiga - San Gavino. La chiesetta campestre di Santa Severa è l’unica ancora oggi consacrata, e sulla cui origine bizantina ci sono pareri discordi (vedi nel sito: Feste ed eventi di Sardegna: Santa Severa di Gonnosfanadiga). Il passaggio dei monaci greci, ha lasciato in tutta la Sardegna tracce indelebili, ma soprattutto nel Sulcis Iglesiente, nel cui territorio resistono, almeno in parte, sino ai giorni nostri. Essi non soltanto cristianizzarono le popolazioni con le quali entrarono in contatto, ma insegnarono ai sardi le nuove tecniche di lavorazione dei campi, il trapianto di tantissimi alberi soprattutto da frutto, la lavorazione e conservazione dei frutti della terra, il trasporto delle acque. Nei detti e proverbi della Sardegna (vedi Giuseppe Concas: detti e proverbi del Campidano di Sardegna) rimangono vistose tracce dei loro insegnamenti. Ad esempio si recita ancora una rima: //Santu Cosumu e Tomiànu (San Cosma e Damiano)// de su sùcci de sa barrìtta // ndi iant fattu s’ollu remànu//…San Cosma e Damiano// dal sudore della berretta // fecero l’olio d’oliva //…In ricordo del fatto che tra gli insegnamenti dei monaci greci si annovera il trapianto e l’innesto dell’ulivo, nonché la lavorazione e la conservazione del prodotto. Solitamente le terre incolte di collina, una volta disboscate e ripulite, ad esempio dalle pietre, venivano coltivate a vigneto, lungo i cui filari si procedeva all’impianto degli olivastri, che dovevano poi portare gli innesti dell’ulivo. Quando la vigna era ormai vecchia, dopo circa 40 0 50 anni, si procedeva all’espianto, ma già era rigoglioso l’oliveto, che sostituì, si può dire per sempre, il vecchio impianto. All’abbondanza degli oliveti nei territori di Gonnosfanadiga e Villacidro, per citarne due dei tanti altri paesi della Sardegna, si è arrivati con tale procedura.

Il racconto del mese.

Vi racconto ora la “storia” di un monaco bizantino rimasto in Sardegna, dopo l’esodo dei suoi confratelli, all’indomani dello Scisma del 1054.

                                   Su calelléddu e su pàra arégu.

Tanti tempus fait, in dh’ una biddixèdda de su Campidanu ‘e Mesu, asutta ‘e is perrimas de su Mont’’e Linas, fiat arribàu unu pàra arégu, pitikèddu e stinghiritzu, cun sa braba ki dhi lompiat a kintzu,  langiu ke sa terra, parriat sentza de pappai de seculus e seculus, ma de is ogus birdis e intrannyantis ndi bessiat una frotza ki no si podi nai. Issu fiat abarràu, nemus isciri de cantu tempus, me in sa cresiedda de Santu Miali de monti, solu ke una perda, ma prenu de luxi in su coru e sa menti. Assa fini, no biendi prus anima bia po tanti tempus iat ditzidiu de lassai cussu logu iscaresciu dessu mundu e de nci calai a sa bidda accanta. No isciendi abini podi andai a bivi, po nci accabài e tirai sa gruxi de custa vida, iat preguntau assu vicariu, predi Juanni, ki dhu podiat aggiudai a agattai un apposentu, cun sa promissa ca jei dhu iat a essi aggiudau a cunverti sa genti de cussa biddixèdda e de is furriadròxus accanta. Su vicariu dhu iat castiàu cun spantu mannu: “E cumenti mai cussu para fiat ancora ingunis, candu fiat oramai passau prus de unu seculu de s’andàda de tottus is paras arègus; appustis dhu iat spegulau de conca fintzas a peis e de peis a conca e iat pentzau ca po cunbinci is animas suas, sperdias me is furriadròxus  e me is perrimas de su monti nci iat a essi ‘offiu una pressona cun puba prus ballenti, ma dhu boliat poni assa prova e dhi iat nau ca jei podiat abarrai. Predi Juanni dhu iat fattu u’ pagheddu cun furkidàdi puru, sciendi beni ca sa genti de is furriadroxus pagu ndi boliat intendi de gruxis e grastus e dhi poniat pagu gana su fragu de is-a stiaricas e dess’incensu de cresia. No est ki dhu essat fattu a posta, ca su parixéddu fiat arégu e issu inveci fiat cattolicu e teniat s’ordini de ammostai pagu coidau po is arégus. A issu no ndi dhi intràda e no ndi dhi bessìat de is-a strollikidàdis de sa cresia de Roma! Ma no isciendi abini dhu poni dhi iat ammostau issu e tottu sa cresiedda de Santu Bartzolu, abini nemus andàt prus, ma dho-y fiat logu bellu po bivi po si prantai calincuna cosa e una mitza de acqua bona. Su parixéddu iat cuncodràu de aici cun su vicariu predi Juanni e attuàda sa bertula, cun is pagus cosas ki sempri portàda si nci fiat postu in sa cresiedda de Santu Bartzòlu, ki fiat u’ pagheddu sciorroccàda, ma dhi iat donau un’allikidìda in pressi, in pressi iat postu una pariga de anciòlus e una corrìa de peddi ass’enna e po croccai jei si iat a essi fattu una stoièdda: dessu restu ingunis accanta, abini nci calàt s’acqua de sa mitza  dho-y fiant  giuncus e cannisonis po dha fai. Po s’ateru jei si iat a essi accuntentàu. Su prexu sùu fiat ca iat a torrai a biri sa genti e issu teniat pro sa genti cosas meda, meda de nai; cosas ki iat arreguau cun coidàu in sa conca sua po tanti tempus. De insaras iat cumentzàu a bisitai is furriadroxus e is medaus de cussu logu portendi su fueddu de Gesusu e ammostendi assa genti is cosas ki issu conosciat po sa vida in custa terra: de cumenti innestai e pudài  su srementu e innestai e s’ollastu e pudai s’olìa; de cumenti arreguai s’acqua in s’ierru po sa sciagura de s’istadi e de cumenti nci da portai de is mitzas dessu monti a is ortus e a is domus de is furriadroxus e de is medaus; de cumenti accùdi a su tallu de is crabas e de is brebeis; de is maladìas de su bestiamini e de is mexinas po dhu sanai; de is maladias de is cristianus, prus ke tottu de is pippius, e de tottus is intziàmus ki si podint fai cun is erbas e is arrexiris de is mattas; de cumenti preparàì sa marmellata e sa figu siccàda e tanti attras cosas ki issu conoscìat meda beni. Sa genti fiat meda contenta de su parixéddu e issu calat fisciu a sa bidda a bisitai su vicariu, ki fiat meda prexàu poita ca sa cresia, prus ke tottu su dominigu, si preniat de genti, maccai de hominis pagu e tottu, ma meda de feminas e pippius. A su parixéddu dhi portant cosa de pappai e issu puru ndi fiat torrau u’ paghèddu a logu. Una bella dì iat intendiu scarraffiendi s’enna dessa cresiedda e fiat bessìu a biri e iat appubàu unu calelléddu, langiu e mortu ‘e famini cumenti ‘e issu e tottu candu fiat arribau a cussa bidixèdda. “E it’est, su caléllu pedùncu, famini tenis”! E dhi iat donàu unu arrògu de pani e su croxu de su casu, ki issu e tottu fiat pappendi. Su calellu iat pappàu e andàu si nci fiat prexàu. Atra dì su para, a s’ora matessi iat torrau a intendi su scarràffiu. Iat abertu: “ Ah ses tui caléllu pedùncu, beni, beni, nci nd’hat pro su para, nci dh’hat pro tui puru. No isciu ita ti nànta e de nomini ti pongiu, Pedùncu. E Pedùncu no si nci fiat andàu prus e fiat abarrau accugucciàu accanta de s’enna dessa cresiedda. E tottus fiant cuntentus dessu parixéddu, a tottus issu iat imparau calincuna cosa de bonu, siat in sa religioni, ke in sa vida de omnya dì. Calincuna cosa jai dha scianta, de is babbus insoru, imparàda de is paras arègus e tottu, ma medas cosas dhas iant iscarescias; nc’est de nai ca meda de cussa genti, prus ke tottu de is furriadròxus e de is medaus, fiant crabàxus e pastoris e fiant arribaus de Cabesùsu, abini is paras arègus nci iant scraffiu pagu cosa. Predi Juanni puru fiat meda cuntentu, poita ca sa genti fadiat bellus arregàllus a issu puru. Appustis tempus e tempus sa genti si fiat arroscia dessu para puru e si ndi  iscaresciat fisciu de dhi portai cosa de pappai. E fiat toccau a issu a andai de domu in domu, de furriadròxu in furriadroxu, de medau in medau, cun su calelleddu Pedùncu sempri avattu, a pedì sa limosina. Ma medas candu dhu biant arribendi serranta is gennas e fadiant finta de no dhu biri e de no dhu intendi. Si fiat torrau a s’ossu e cun issu su cani puru, Pedùncu, ki assa fini fiat morrendisì de su famini. “E de cumenti – si faiat – appustis ki dhis happu imparau tanti cosas, imoi mi lassant solu ke una perda, su vicariu puru”! Iat pigau insaras, arrenegàu po cussas cosas, sa bidei de nci calai a bidda. Iiat donau una bella sciorroccàda de buccicòni a sa primu genna ki iat agattau, ca fiat arrenegàu deaderus. Fiat ora de prandi e fiat bessìda sa mèri dessa domu: “Kini est sa genti de aici arrenegàda. Ki mi ndi ‘olit sciusciài sa domu a pinnigosus”! Si fiat intendia sa boxi de su mèri dessa domu. “ Esti su para pedùncu”! Si fiat fata sa mullèri. “Nossi – iat torràu su parixéddu – seu su para a solu, ka Pedùncu est abarràu in Santu Bartzolu y est morrendìsì dessu famini, cumenti ‘e mimi e tottu”! Sa genti de cussa bidda, de is furriadroxus e de is medaus accanta e su vicariu puru iant cumprendiu sa cosa  e de insaras no iant prus murrunjau sa cosa de pappai a su parixéddu e nimancu a su calellu Pedùncu. Tempus appustis, a s’orbescidròxu de una bella dì de beranu, cun su celu limpiu e sullenu cumenti custumat in Sardinia, in custa stajoni, su parixéddu cun sa bertula attuàda e su calelleddu Pedùncu avattu, nci fiant pesaus conca a santu Miali de monti, de abini issu ndi fiat calau tanti tempus prima. Appustis no si nd’est iscipiu prus nudda. Ma unu crabaxéddu de innias iat contau de hai biu una nuixèdda cun sa puba de u’ angiulu (Santu Miali), cabendi a abas abertas assu cùccuru de su monti e torrencìnci a pesai a celu cun sa puba dessu parixèddu e dessu calelléddu puru.

Peppi

Il cagnolino ed il monaco greco. ( traduzione letterale in italiano).

Tanto tempo fa, in un paesino del Campidano Centrale, sotto le pendici del Monte Linas, arrivò un monaco greco, piccolo e smilzo, con la barba bianca che gli arrivava sino alle ginocchia, magro come la terra, sembrava senza mangiare da secoli e secoli, ma dai suoi occhi verdi e penetranti usciva una forza incommensurabile! Era rimasto, nessuno sa da quanto tempo, nella chiesetta  di San Michele di montagna*, solo come una pietra, ma pieno di luce nel cuore e nella mente. Non vedendo più anima viva da tanto tempo, decise di lasciare quel luogo dimenticato da tutti e di scendere al paese vicino. Non sapendo dove andare a vivere, sino alla fine della sua croce, chiese al vicario, prete Giovanni, se lo potesse aiutare a trovare un posto per vivere, con la promessa che lo avrebbe aiutato a convertire le gente di quel paesino e delle frazioni vicine. Il prete lo osservò con sua grande meraviglia:” E come mai quel frate era ancora lì, ben sapendo che era ormai trascorso più di un secolo dall’esodo di tutti i frati bizantini; poi lo osservò dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa e pensò che per convincere le sue anime, sperdute nelle frazioni e nelle pendici della montagna ci sarebbe stato bisogno di una persona fisicamente più valida, ma voleva metterlo alla prova e gli disse che poteva rimanere. Prete Giovanni agì con un po’ di malizia, ben sapendo che la gente delle frazioni vicine non accettava di buon grado la religione e era restia all’odore della cera e dell’incenso di chiesa;  non che l’avesse fatto a bella posta, per il fatto che il frate era greco e lui era invece cattolico e aveva l’ordine di tenere poco rispetto per i monaci greci. A lui non gliene entrava e non gliene usciva degli ordini strampalati della chiesa di Roma! Non sapendo dove sistemarlo lui stesso  gli mostrò la vecchia chiesetta di San Bartolomeo (vedi nei sito: Racconti e leggende…”Sa Sennòra de Santu Bartzolu”…), ormai abbandonata, ma c’era un bel posto per vivere, per coltivarvi qualcosa e una sorgente di ottima acqua. Il frate accettò di buon grado l’offerta di prete Giovanni e presa la bisaccia, con le poche cose, che sempre portava con se, si diresse verso la chiesetta di San Bartolomeo, che in verità era piuttosto malconcia, ma le diede una ripulita veloce, fissò bene la porta d’ingresso con dei grossi chiodi di ferro e una striscia di cuoio e per dormire pensò di farsi una stuoia: del resto, proprio vicino alla sorgente, c’erano giunchi e canne per farla. Per l’altro si sarebbe accontentato. La sua gioia stava nel fatto che sarebbe tornato a contatto con la gente, per la quale egli aveva tante cose da dire e da far vedere: le cose che aveva conservato nella sua mente con grande cura e per tanto tempo. E incominciò a visitare le piccole frazioni e gli ovili di quei salti, portando la parola di Gesù e mostrando alla gente le cose che lui conosceva per la vita in questa terra: come innestare e potare le viti, come innestare gli olivastri e potare i giovani ulivi; come conservare l’acqua d’inverno per la siccità dell’estate e come trasportarla dalle sorgenti della montagna alle case delle frazioni (furriadròxus)** e degli ovili; come curare le greggi di capre o di pecore; delle malattie del bestiame e delle cure adatte; e delle malattie delle persone, soprattutto dei bambini e di tutti i decotti che si potevano fare con le erbe e le radici delle pianta e degli arbusti; come preparare le marmellate e i fichi secchi e tante altre cose che lui ben conosceva. La gente rimase molto contenta del piccolo monaco, che scendeva ogni tanto a visitare il vicario del paese, prete Giovanni, che manifestò la sua soddisfazione, anche perché la domenica la sua chiesa si riempiva di gente, anche se, in verità si trattava di donne e bambini. Al piccolo frate portavano molti cibi in regalo e si rimise bene in forma. Un bel girono sentì graffiare alla porta della chiesetta, uscì a vedere di chi si trattasse e scorse subito un cagnolino, magro  ed affamato come lui stesso, appena arrivato nel paesino. “Che cosa vuoi, cucciolo “questuante” hai fame”? E gli diede un tozzo di pane e la crosta del formaggio, che stava mangiando. Il cagnolino mangiò e andò via contento. L’indomani il monaco, alla stessa ora del giorno precedente, sentì di nuovo graffiare la porta. Aprì: “ Ah sei tu “questuante”, vieni pure, se ce ne è per il frate, ce n’è anche per te! Non so come ti chiami e d’ora in poi ti chiamerò “Pedùncu” (che significa appunto questuante, che chiede…). Pedùncu non andò via e rimase accoccolato vicino alla porta della chiesetta. Tutti erano contenti del monaco, perché a tutti aveva insegnato qualcosa di utile e per la vita dello spirito, e soprattutto per la vita del corpo. A dire la verità parecchie cosa già le conoscevano, dai loro padri, che le avevano imparate dai monaci greci, ma molte le avevano già dimenticate. E poi molte di quelle famiglie, soprattutto delle frazioni e degli ovili, erano di caprai e di pastori, provenienti dalla Barbagia, dove i monaci greci non erano riusciti, se non in parte, nell’opera di cristianizzazione e di civilizzazione.  Pure prete Giovanni fu contento, anche perché la gente del villaggio e delle frazioni faceva a lui bei regali. Ma dopo diverso tempo la gente dimenticò queste cose e dimenticò anche di portare da mangiare al frate, il quale dovette andare di casa in casa, di ovile in ovile, col cagnolino, Pedùncu, sempre dietro, a chiedere l’elemosina. E molti quando lo vedevano arrivare chiudevano la porta o facevano finta di non vederlo e di non sentirlo. Si ridusse di nuovo all’osso, e pure il cane “Pedùncu”. “E perché – mugugnava, tra se e se – dopo che ho loro insegnato tante cose, ora mi lasciano solo come una pietra e pure il vicario si è dimenticato di me”? Mai nella sua vita si era innervosito come allora. Prese una drastica decisione e scese nel villaggio veramente deciso a far valere le sue necessità. Alla prima porta bussò con tutta l’energia che aveva in corpo. “E chi è la gente, così infuriata che mi vuole buttare giù la casa a pugni”? Fece dal di dentro la voce del padrone di casa. Era l’ora del pranzo e si affacciò la moglie: “ E’ il monaco “Pedùncu” (questuante)”! Rispose la padrona di casa. “Nossignora – soggiunse il frate – sono da solo, poiché Pedùncu è rimasto in San Bartolomeo e sta morendo di fame, come me, del resto”! Quel uomo comprese le giuste richieste del frate e gli diede tutto quello che poteva dargli e gli disse pure di tornare da lui quando ne aveva bisogno. La gente del paese, delle frazioni, degli ovili vicini e pure il vicario, capirono e da allora in poi non furono più spilorci nei confronti del fraticello e neppure del suo cagnolino. Dopo tempo, all’alba di un bellissimo giorno di primavera, con il cielo limpido e di uno splendido celeste come è solito il cielo di Sardegna in questa stagione, il fraticello risalì verso la montagna, da cui era sceso tanto tempo prima. Poi di lui non si seppe più nulla. Ma un giovane capraio della zona raccontò di aver visto scendere dal cielo, proprio sulla vetta della montagna, una nuvoletta,  con le sembianze di una angelo***, ad ali aperte e risalire verso l’alto del cielo portando con se la figura del fraticello,  e pure del cagnolino.

  • *       Si tratta della seconda vetta del Monte Linas: Punta Santu Miàli (punta San Michele).
  • **     Erano le piccole frazioni, che facevano capo al paese.
  • ***   L’arcangelo Michele, al quale i sardi dedicavano tanta devozione.

Peppe

   
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