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ZZALMANACCO-dicembre

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ALMANACCO-dicembre

Mes’’e Idas; Nadali.

Nadàli fridu, bècciu e scorriàu/ s’urtimu fìllu de s’annu jai passàu!

Natale freddo, vecchio e rabberciato/ l’ultimo figlio dell’anno quasi passato!

Mes’’e Idas: il termine Idas ha interessato tanta parte dei ricercatori di linguistica sarda ed ancora oggi permangono incertezze sul suo etimo e sul significato. Il  Wagner, che tra gli studiosi della lingua sarda rimane, sinora, il più autorevole, se la cava con il latino Idus (le Idi), con adattamento ai sostantivi femminili in “a”. Lo stesso latino eredita la parola dall’etrusco, nelle cui iscrizioni appare Edus o Eidus. Le Idi cadevano a metà del mese, 13 0 15 e ben poche relazioni hanno con l’ultimo mese dell’anno. Arricchiamo le nostre considerazioni sul termine Idas della interpretazione, un po’ singolare, ma comunque interessante, di un ulteriore studioso, di cui preferiamo non far nome. Secondo il quale Idas deriverebbe da Idus latino. Data per scontata la derivazione di Idus dal verbo etrusco Iduare = dividere (secondo Macrobio e Marrone), abbiamo quindi Idus nel significato di metà, del mese appunto; il Nostro fa derivare Idas da vidua: ut idus vocemus diem, qui dividit mensem; vidua quasi valde idua, id est valde divisa, aut a viro divisa: - così come chiamiamo idus il giorno che divide il mese, vidua o idua significa divisa, vedova, divisa dal marito; ne consegue: mes’’e Idas = mese delle vedove; periodo in cui le vedove avrebbero maggior bisogno di essere consolate etc! Altri ricercatori suggeriscono mes’’e Iras, dal latino ira, furore, perché si tratta del mese in cui il tempo più s’infuria: freddo, grandine, neve etc.

Per arrivare al termine Idas, noi indichiamo un altro percorso. Il termine Idas, nella sua forma più antica doveva essere Aidas (talvolta nella pronuncia di persone anziane ancora oggi si sente la “a” mes’’e (A)ìdas). Il termine deriva chiaramente dal greco Αίδας (Aìdas), che è la forma dorica di Αίδης (Aìdes) = Ades (l’invisibile), dio delle tenebre e signore dell’oltretomba > Plutone. Si tratta quindi del dio dei morti, ma non solo, poiché Plutone è anche dio della ricchezza, dell’abbondanza e favorisce la vegetazione; tanto è che si invocava con diversi epiteti: Еυβουλέυς (eubulèus) = il benevolente; Аγησιλάος (Aghesilàos) = adunatore di popoli. La figura di Ades è legata al mito di Demetra (Cerere), dea della terra e delle messi, e di Core (Proserpina o Persefone), sua figlia, che fu da lui rapita per farla sua sposa ( vedi  –  rime e racconti: “Persefone”.  Nell’antichissima città di Eleusi (oggi Lefsìna), nella penisola dell’Attica, non lontano da Atene, restano i ruderi del grandioso santuario di Demetra e Core, ove in due periodi dell’anno si celebravano i Misteri Eleusini: tra le più importanti manifestazioni religiose dell’antichità greca; chi vi era ammesso riceveva la certezza di una vita migliore nell’aldilà. L’imperatore cristiano Teodosio chiuse definitivamente il santuario nel 381 e nel 396 il barbaro Alarico lo rase al suolo. I Misteri Eleusini sono antichissimi e, secondo molti studiosi, di origine preellenica, cioè precedenti l’arrivo dei popoli parlanti lingua greca, nella Penisola Balcanica. Il termine delle celebrazioni cadeva nell’ultima parte del mese di Boedromione, settembre/ottobre, del nostro calendario; iniziava quindi il periodo(ultima metà di ottobre/ novembre/ dicembre/ gennaio, sino a metà febbraio) in cui, secondo il mito, cantato nell’Inno a Demetra da Omero, Ade o Plutone, prendeva con se la bellissima Persefone, lasciando in lacrime la madre Demetra, sino alla primavera (ultima metà di febbraio/marzo, aprile etc), allorquando madre e figlia tornavano insieme. Mes’’e  Idas, dunque, mese in cui Ade (Aidas), dio dell’oltretomba, riprende con se la bellissima sposa. L’intervallo autunno/ inverno (secondo noi) aveva come punto centrale dicembre ed era inoltre il mese dei morti e di Ade (Aidas) il loro dio. Non dimentichiamo poi che la pianta sacra per il dio Ade era proprio il cipresso! Rimane da chiarire come e quando sia entrato in Sardegna il mito di Demetra e Core.

2 dicembre: Santa Bibiana:

“Si proit sa dì de Santa Bibiana, abarrat proendi finas a sa Befana”! “Se piove il giorno di Santa Bibiana, piove sino al giorno della Befana”! “Santa Bibiana mia, il due  dicembre ha piovuto tutto il giorno…speriamo che non arrivi Mitch o magari Dean o addirittura Irma - Santa Bibiana mia”!

4 dicembre: Santa Barbara.

Patrona dei naviganti, ma, soprattutto per noi del Sulcis – Iglesiente(Sardegna sud occidentale), anche dei minatori. È la nostra più amata e anche se le miniere ci sono ancora, ma i minatori non ci sono più, Lei continua a proteggerci. Ed insieme a San Giacomo ci protegge dai lampi: Santa Bràbara e Santù Jàcu, osu portàis is crais de ĉelu,/ òsu portais is crais de lampu/ no tokèis a fìllu allènu/ nì in dòmu, ni in su sàttu! (Santa Barbara e San Giacomo/ voi portate le chiavi del cielo, voi portate le chiavi dei lampi, non toccate i “nostri” figli, né in casa né in campagna). Quando i fulmini, non di Giove, ma quelli veri, zigzagano nella volta celeste (su “f”igu màrras), ancora oggi le donne anziane recitano lo scongiuro. “Santa Bràbara  mia meraculòsa”! (Santa Barbara mia, dei miracoli!): è l’esclamazione comune davanti ad incidenti o spiacevoli scene.

Aneddoto: durante la “questua” per i festeggiamenti appunto della Santa (a Gonnosfanadiga, facevo parte del Comitato) entrammo in casa del Signor Battista Piras, il quale volle trattenerci (eravamo in 4) per offrirci un bicchiere del suo “nobile” vino. “Ita bolèis picciòccus, binu de bàlla o binu de Santa Bràbara”? (“Che volete, giovanotti, vino di “balla” o vino di Santa Barbara”? “ De Santa Bràbara”! Esclamammo in coro. Sorridendo ci versò il vino di Santa Barbara. Il primo all’assaggio dell’ipotizzato nettare, fu Antonio, il solito “svelto” del gruppo. “Santa Bràbara mia meraculosa”! Esclamò, aggiungendo: “ Custu est axèdu”! (“Questo è vero e proprio aceto”!). Con gli occhi bene aperti e sempre sorridendo: “Provai cust’atru, piccioccus”! – suggerì quindi tziu Battista, offrendoci altri 4 bicchieri, ben pieni: “ Balla, balla! Ita bellu! – gridammo in coro, sorseggiando il divino nettare. “Binu de bàlla, piccioccus”! – soggiunse, tziu Battista.

13 dicembre: Santa Lucia:

“ Sa dì de Santa Luxìa o proit o fait cilixìa” = Il giorno di Santa Lucia o piove o fa la brina (la gelata). Santa Lucia protegge uomini ed animali dal malocchio. Lo sapevate che le corna di bue, di capra o di montone, oltre al consueto ferro di cavallo, proteggono dal malocchio? E che il malocchio non ha effetto né sugli asini, né sulle galline? …” Assu molenti ogu liàu nienti; assa pudda, ogu liàu nùdda”!

17 dicembre: San Lazzaro.

A Napoli opera ancora oggi La Ditta dei “Fratelli Lazzaroni”; proprio di recente, entrando in un negozio di frutta e verdura, su una cassetta di uva da tavola ho letto, “I  F. Lazzaroni”. Il fatto mi ha riportato alla mente un singolare episodio avvenuto a Napoli nel 1939, ai primi di luglio, se non vado errato, in occasione  di una visita ufficiale del Fűrer Hadolf  Hitler, circa un mese e mezzo dopo  la firma del “Patto D’Acciaio”, tra Germania e Italia. Il Fűrer, dopo la visita alla Capitale, volle visitare Napoli, delle cui decantate bellezze aveva sentito parlare. Sembra che Hitler alla fine della visita, durante la quale il nostro “Duce” Benito Mussolini, gli fece da perfetto cicerone, senza staccarsi da lui per un solo attimo, abbia voluto immortalare il fatto con una foto ricordo, con Mussolini, è chiaro. Per richiesta del fotografo, il migliore di tutta Napoli, per l’occasione, per il fatto che il Duce era di un palmo più basso del Fűrer, per non farlo sfigurare chiese che gli mettessero qualcosa sotto i piedi. In fretta e furia fu trovata una cassetta di legno, su cui salì in fretta il Duce perché già il Fűrer dava segni di impazienza. Ne uscì una foto eccezionale, unica più che rara: sotto i due “grandi” uomini si leggeva chiaramente, “I Fratelli Lazzaroni”! N. B. I libri di storia non riportano l’episodio, che però molti napoletani ricordano ancora!

23 dicembre:

Scolari e studenti iniziano la pausa o vacanza natalizia, che durerà sino al giorno dell’Epifania: “ Dopo l’Epifania, tutte le feste se ne vanno via”! Proverbio dello studente: “Chi studia molto…impara ben poco; chi studia poco…non impara niente”!

24 dicembre:

Sa notti de Paskixèdda = la notte di Natale. Natale con i tuoi; Pasqua con chi vuoi.

Sa Notti de Paskixèdda, un tempo (vedi in rime e racconti, sempre in “Giuseppe Concas”): “Prima della sera, quando già si fa sentire il freddo pungente, col vento gelido che penetra sino alle ossa, il padre di famiglia(pater familias) carica il caminetto con dei bei ceppi secchi, in modo che l’ambiente sia ben caldo, quando arrivano amici e parenti per trascorrere in allegra comitiva la Sacra Notte. Verso le nove delle sera è tutto pronto; il tavolo imbandito di dolci tradizionali, tra cui spiccano quelli con le mandorle e nocciole: amaretti, bianchini, pane di sapa, guèffus, pistokèddus grussus e finis. Al centro del tavolo campeggiano le bottiglie di buon vino(vedi in rime: Natale ieri e oggi): il rosso, il bianco, a scelta; non manca l’aranciata per i più piccini. Arrivano man mano gli invitati a riempire la stanza, a dir la verità, non tanto spaziosa. C’è un vociare continuo, stipante: hanno tante cose da dirsi; è da tanto che non si vedono: a dir poco dalla mattina o addirittura dalla sera prima. Il caminetto, manco a farlo apposta, non tira bene, o meglio, meno del solito ed il fumo finisce di riempire l’ambiente già saturo. Tutto ciò non impedisce l’inizio dei giochi: con la trottolina(a baddarìncu – tottu, poni, mesu, nudda), a pìtzu cù, a cavalieri in porta etc. si da ampio spazio all’abbuffata: è un “crikcrokare”, di mandorle, noci, nocciole, ceci, castagne infrante, torchiate, pressate da poderose mascelle, in più o meno perfetta sintonia. I giovani, prima della mezzanotte, si recano in chiesa per la messa della vigilia: “Sa Missa de Puddus”: “la messa del gallo”, la chiamano i sassaresi; in realtà “Puddus”, ha ben poco a che vedere con “gallo”, perché il termine viene dal latino Pullus, con lettera maiuscola e significa rampollo, Divino Rampollo, cioè figlio di Dio: si tratta infatti della messa in onore della nascita di Gesù Bambino!

31 dicembre. San Silvestro.

San Silvestro, fu eletto papa il 31 gennaio del 314 e morì il 31 dicembre del 335. Il nome del santo è legato al dono di fine d’anno. È ancora in uso, in molte regioni d’Italia, e non solo, fare un regalo, offrire un dono, ai poveri ad esempio. In questa consuetudine vi è qualcosa che si ricollega alla tradizione romana ed al periodo in cui i nobili romani concedevano un giorno o alcuni giorni di licenza, insieme a svariati doni, alla propria servitù. Senz’altro però, nel dono di fine d’anno, vi è un chiaro riferimento alla Donazione dell’imperatore Costantino del 313, per i cui effetti i cristiani potevano liberamente professare la propria religione. La Donazione di Costantino è legata all’opera di convincimento esercitata da Silvestro vescovo nei confronti non tanto di Costantino, quanto invece della madre Elena “Augusta” (vedi nell’Web: Elena Augusta madre dell’imperatore Costantino). Il dono di fine d’anno è comunemente chiamato da noi in Medio Campidano “su candelèri” ( su candelàriu, su candelàrtzu, in altre parti): una manifestazione o meglio una “festa”, che coinvolge soprattutto bambini e bambine. Nel suo significato più antico, su candelèri (candelariu, candelartzu) è una “focaccia” preparata per l’occasione, insieme ad altri dolci tipici. Il giorno di fine d’anno, gruppi, più o meno folti, di bambini e bambine, non manca qualche adulto, opportunamente truccato, vanno per le strade del borgo, armati di cestini (possibilmente di vimini o di canne), più o meno grossi, di porta in porta, chiedono il dono. “ Candelèri cottu nd’hanti”! “Candelèri, Candelèri, còscias de peringhèri, coscias de perr’’e ‘oi, nonna fattu nosi dh’has su coccòi”? A fine giornata quei cestini, più o meno grandi, tracimano di dolci: caramelle, cioccolati, biscotti, dolci di mandorle e nocciole, mandarini, fichi secchi, noccioline, noci, mandorle e quanto altro.

Su Candelèri

Su trint’unu de mes’’e Idas

Cun corbeddas e scartèddus,

fiat costumu in custas biddas,

po pippias e picciokkèddus,

de pedì is ladixèddas,

trigu cottu, pistokkèddus,

caramellas e nuxèddas.

Tzerriaiàus cun custus fuèddus :

« Candelèri cottu nd’hànti » ?

A ki a palas, a ki anànti,

De bixànu, in bixànu.

Andaiàus de manjànu:

a merì a dòmu, prexàda,

furriàt sa cambaràda !

Peppi

Traduzione (letterale) in italiano

La « focaccia “ – il dono di fine d’anno.

Il trentuno di dicembre

Con cestini e corbelli,

era usanza in questi borghi,

per bambini e bambine,

chiedere le “focaccine”

grano cotto, biscottini,

caramelle, noccioline.

Con queste parole:

“La focaccia l’hanno cotta?

Chi dietro e chi davanti,

di vicinato in vicinato,

Partivamo di buon mattino:

nel meriggio a casa contenta,

rientrava tutta la compagnia!

Peppe

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