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ZZLa Carta De Logu di Eleonora d'Arborea

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LA CARTA DE LOGU Di ELEONORA D'ARBOREA

OSSERVAZIONI SU UNO DEI PIU' ANTICHI DOCUMENTI DELLA STORIA, DELLA CULTURA E DELLA LINGUA SARDA:

Si tratta della Costituzione promulgata da Eleonora Giudicessa di Arborea, predisposta dal di lei padre Giudice Mariano IV° e redatta, in parte, dal Giurista Filippo Mameli "dotore de lege", del quale rimane un'iscrizione funeraria nella Cattedrale di Oristano "IOBIA... VIII DE MAIU DE MCCCXLIX" = giovedì 8 maggio del 1349.

Tra le sette antiche traduzioni della Carta, riteniamo sia la più prestigiosa quella del Cavaliere Don Giovanni Maria Mameli De' Mannelli, patrizio di Cagliari, edita in Roma nel MDCCCV (1805) presso la tipografia Antonio Fulgoni.

la Carta sul frontespizio porta: "A LAUDE DE JESU' CRISTU SALVADORI NOSTRU ED EXALTAMENTU DESSA JUSTICIA". 

La promulgazione della Carta, che si articola in 198 capitoli, risale al 1395, giorno di Pasqua. 

Qui iniziamo un'analisi dei 198 capitoli della Carta, tenendo conto non certo delle pretese degli esperti di storia, di lingua e di legge, bensì delle esigenze dei visitatori del sito, ne9i quali si mischiano insieme la voglia di cultura e la curiosità.

Il primo e secondo capitolo della Carta si riassumono così: " Chiunque offenda o rechi danno di qualsiasi entità o forma ai signori di Oristano, sia portato in catene o trascinato da un cavallo sino alla forca e lì venga impiccato finchè muoia e tutti i suoi beni passino di propietà de Regno: "Infini a sa furca e innìa s'infurchit, ch'indi morgiat et issos benis suos totu siant appropriados a su Rennu". Il reo perdeva quindi tutti i beni, a vantaggio dellla Corte. Ma nel caso in cui il condannato o la condannata risultava sposato/a alla Sardesca ( a sa sardisca), metà dei beni rimaneva al coniuge - "ch' in casu su dittu traitori havirit mugeri (o viceversa) ed esserit ed esserit coyadu assu modu Sardiscu, sa ditta mugeri (o viceversa) happat sa parti sua senza mancamentu alcunu". E se il reo ha figli da precedenti mogli, questi abbiano la spettante parte , senza che manchi niente. Lo stesso s'intenda per i creditori, purché il debito sia stato contratto dal reo prima del delitto.

In questi due capitoli si fa riferimento al matrimonio alla Sardesca (assa Sardisca). Si tratta del matrimonio con la comunione dei beni: cioè di tutto ciò che diventa patrimonio dopo le nozze, per parte dell'uno e dell'altro coniuge, compresi i frutti dei beni che l'uno e l'altro avesse o successivamente per eredità, donazioni od altro, esclusi quindi i beni posseduti prima del matrimonio.

Il terzo capitolo prevede che l'assassinio premeditato sia punito col taglio della testa (siat illi segàda sa conca); aggiunge poi in lingua latina: agentes et consentientes pari pena puniuntur = autori e mandanti sono puniti con la medesima pena. L'assassinio non deliberato, ma per causa fortuita (preterintenzionale) > pro causa fortuabili viene rimandato al giudizio dei magistrati. 

Nel capitolo quarto, chi ammazza una persona col suo cavallo, sia menandolo a mano, sia correndo, in qualsiasi luogo > in via, in campu, in silva o in ateru logu, sia ucciso pure lui se l'assassinio è stato fatto deliberatamente. Se nell'omicidio non c'è volontà, sia messo in prigione, nell'attesa di giudizio > si nollu havirit mortu a voluntadi cosa sua, siat in arbitriu nostru dellu cundennari pro sa ditta morti.

Al capitolo cinque, chi volutamente da del veleno ad altra persona, della quale causa la morte, sia impiccato; se il reo invece è femmina, sia arsa viva (... chi hadi fattu dittu mali, siat infurcadu, ch'indi morgiat;...e si esserit femina, siat arsida viva...). Se il veleno non causa morte o altro danno, al reo sia tagliata la mano destra, senza scampo alcuno.

Al capitolo sesto: quando una prsona  viene uccisa  in paese altrui (in villa de foras) o nel suo territorio, i rappresentanti di giustizia di quel paese, devono catturare e consegnare il reo entro un mese di tempo. Se ciò non avviene i giuratidi detto villaggio paghino 200 lire di multa, se si tratta di grosso villaggio (villa manna), 100 lire se piccolo villaggio (villa picci(n)a). Il reo se non viene catturato è dicchiarato bandito e le sue sosrtanze tutte, confiscate , per metà se ha moglie, e lo stesso vale per i figli, da precedenti matrimoni. Chiunque ammazzi un bandito non paga pena alcuna. Al bandito catturato viene mozzata la testa (...si venerit in forza nosta , siat illi tagiàda sa testa ...ogni persona pozzat illu offendiri e darilli morti senza incurreri in pena , nè machicia (multa). 

Capitolo settimo: quando un bandito viene in un villaggio del nostro territorio deve essere catturato e consegnato alla giustizia o altrimenti quel villaggio pagherà alla Corte 50 Lire se si tratta di villaggio grande (villa manna), 25 Lire se si tratta di villaggio piccolo (villa piccia). Il maggiore del villaggio (majore = sindaco, rappresentante di giustizia) pagherà personalmente alla Corte 10 Lire e ciascun giurato (jurato) 5 Lire. Chiunque aiuti un bandito pagherà alla Corte 100 Lire: ne sono esclusi la moglie, i figli, i genitori, i nonni, i fratelli e i cugini in primo grado (carralis) (...e si alcunu homini dessa ditta villa illu sbandidu recivirit e recettarit e darit illi consigiu, ajuda o favori...paghit a su Rennu liras centu).

Capitolo ottavo: qunado un uomo, da se stesso, si da la morte deliberatamente (dess'homini chi si occhirit issu stessu () appensadamenti), deve essere trascinato e messo alla forca nello stesso luogo in cui si è suicidato e tutti i suoi beni siano sequestrati sino a nostra decisione (naturalmente, se era sposato a sa sardisca, la metà dei beni veniva lasciata ai diretti parenti: vedi cap. 2°)... (et iss' hofficiali de cussa villa deppiat fagher iscriviri totu sos benis suos infini ad ateru cumandamentunostru); e per investigare sulle cause della morte...(pro iteu cuss'homini si hat a essere mortu)...In base all'inchiesta si decida che fare dei suoi beni...(pro consigiari nos de cussu chi hamus a fagheri dessos dittos benis.

Nota 1°:  issu stessu > qui da noi, in Campidano, diciamo comunemente issu e totu o a si e totu.

Capitolo nono: se uno ferisce o mutila a colpi un'altra persona (si alcunu homini hat a ferrer atteru de ferru fusti o perda o manu), con versamento di sangue, senza mutilazione, paghi al Regno (assu Rennu) Lire 25 e se non paga sia fustigato a terra > siat iscovadu peri sa terra (). Per la ferite al viso, delle quali rimane il segno, paghi 50 Lire; se dopo la sentenza non paga, gli sia fatto un segno identico e nella stessa parte del viso. Se la ferita non è causata deliberatamente , decideranno i giudici. Se la ferita causa perdita di arto o parte del corpo, chi la causa perda la stessa parte parte o arto del corpo (occhio per occhio)... e si pro alcuna dessas feridas s'indi perderit membru de modu chi su membru s'indi andarit a terra , over ch'indi esserit semmu perdat su simigianti membru, e pro dinari nexunu non campit ( non si può rimediare pagando). Se l'arto principale è debilitato ( ad esempio un braccio), paghi 100 Lire senza condono alcuno. se non si tratta dell'arto principale, paghi da 100 Lire in giù, a secondo del nostro giudizio. E' esclusa da pena la legittima difesa, però se provata... s'illu faghit defendendo a se e provarillu legittimamenti, chi nondi siat tentu a pena alcuna. Per piccole offese, prese ai capelli, mani addosso, senza versamento di sangue, paghi 3 Lire al Regna e 6 Lire se si tratta di persona di qualità, e se non paga, stia in prigione a nostra volontà...e si non pagat istit in pregioni a voluntadi nostra. Salvo che si tratti di parente stretto, ad esempio, se un padre o una madre, o uno zio, o un fratello maggiore, bastona per castigo un parente minore, non paga... ed in cussu attu non paghit pena alcuna e pena alcuna non paghit s'illi bogarit sanguni dae sa bucca, over dae su nasu, over s'illu scarrafiarit in sa facci o in atera parti de sa persona sua, chi dannu nondi havirit (senza gravi conseguenze).

Nota 1° siat iscovadu perì sa terra (sia scopato a terra): non bisogna fraintendere! In effetti la scopa sa sovua, che si usava per punire corporalmente il reo era un attrezzo micidiale, ricavato generalmente da un robusto ramo di olivastro "a forcella" unita nelle estremità ed intrecciata con altri rami, sempre di olivastro, proprio come una grossa racchetta da tennis, a maglie larghe. Il condannato veniva messo a pancia a terra , a schiena nuda, e fustigato selvaggiamente: non si trattava senza dubbio, di una cosa piacevole. Questo micidiale attrezzo lo si usa ancora nella caccia di frodo notturna, soprattutto per le allodole, le quaglie e le pernici, con la forcella sempre in olivastro, ma intrecciata a maglia con robusto fil di ferro. Questo metodo di caccia di frodo lo si chiama comunemente > cassai a scovua.

Capitolo XI°: per le aggerssioni con o senza mano armata. Se uno aggredisce un'altra persona in casa sua o nella sua terra con un arma   e le causa danno ficico, paghi cento soldi; se non le fa male paghi 50 soldi... Se senza arma paghi tre Lire se causa male , se non causa male (alla persona s'intende) solo per averla assalita paghi trenta soldi. Se l'aggressione avviene in altri luoghi, se causa male paghi 40 soldi, se non causa male paghi 30 soldi...e si nolla offenderit paghit po s'assighida soddos trinta. 

 

Capitolo XII° > Nel caso in cui uno viene gravemente ferito: Se una persona viene ferita in modo grave, tanto da dubitare di morte, il feritore deve stare in galera fino a che il medico o i medici sciolgono la prognosi... infini a candi su meygu, over meygos hant a narri per sagramentu issoru, chi cuss'homini feridu siat foras de perigulu de morti pro cussa ferida. Stia in prigione per sessanta giorni. Se entro sessanta giorni il ferito non muore, sia liberato il delinquente dalla condanna a morte e paghi però per la ferita la multa allla Corte ... ed in casu chisu feridu per avventura morrerit infra su dittu tempus de sessanta dies pro mala cura e guardia o pro culpa sua ed avendolu lassadu su meygu foras de dubitu, chi cussu delinquenti nondi morgiat, ma paghit sa machicia (multa) pro sa ferida segundu chi est naradu de supra (come sopra è detto).

 

   
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